La nostra professione  è attraversata da molti rischi, è una delle professioni istituite proprio per fronteggiare i rischi e i danni del mondo, oltre che favorire la diffusione delle condizioni di benessere, quindi fin qui tutto normale. Uno dei rischi, interni alla nostra professione, è quello identitario, può sembrare strano e in effetti lo è.

Ogni professione ha i propri miti, più o meno fondativi, che riguardano il posizionamento prospettico del soggetto all’ interno della rete di significati che quella professione apre. Ci sono immagini, fantasie e climi in base ai quali la persona che incontra un contesto professionale inizia a costruire la propria identità professionale. Nella professione di psicologo poi è avvenuta una circostanza che gli psicologi conoscono bene sul piano professionale, ovvero costruita la legge, costruito il contesto in cui questa legge viene monitorata e sviluppata cioè gli ordini, non sono stati “costruiti” gli psicologi. Ovvero quando tutto iniziò gli psicologi erano pochi e coperti da una coltre di pulviscolo che confondeva diverse figure. La genesi della disciplina dentro l’ambito medico rese tutto molto più problematico costruendo l’immaginario secondo il quale lo psicologo, scrollatosi di dosso la zavorra del mondo medico, diventato autonomo, era quello seduto in una stanza con un paziente, intento a curargli l’anima, come un chirurgo è intento a curare il corpo biologico in una sala operatoria. La psicologia quindi  “consacrava”, più che abilitare ad un esercizio professionale, i soggetti ad  una identità che non veniva veicolata da un sistema di pratiche consolidate, attraverso il dogma dell’Ordine  Questo irradiamento per elezione divina avveniva sui libri di testo e dentro le sale dei costituiti  Ordini, con qualche rapido passaggio di tirocinio,  così dall’inizio e così oggi, con qualche piccolo miglioramento. Tutto ciò che di sostanziale c’è nella nostra professione nella fase in cui una persona inizia a costruire un identità professionale è mutuato da discipline più consolidate la cui epistemologia fa rifermento al pensiero medico-biologico o statistico-matematico. La prima identità che uno studente si trova a costruire è quella che si appoggia alla discipline della misurazione e della sperimentazione, la seconda è quella che si appoggia ai modelli fisiologici inerenti il rapporto mente-cervello, la terza è una dimensione clinica a seconda degli indirizzi o applicativa, abbiamo quindi una sedimentazione sufficiente, comprendendo alcuni residui umanistici,  che predispone la persona all’ incontro con il “mondo di fuori”

Per una importante fetta degli psicologi il primo incontro con il mercato del lavoro consiste nel lavoro nel famigerato TERZO SETTORE, associazionismo, cooperazione, volontariato etc. etc. che non cercano mai psicologi in qualità di psicologi ma cercano psicologi in quanto psicologi. Mi spiego meglio

Cosi come gli psicologi e aspiranti psicologi hanno una costruzione irradiata ad opera dello spirito accademico e ordinistico, il mondo di fuori ha una fantasia sul conto dello psicologo, che diventa quella persona tendenzialmente buona e accomodante che ha una disposizione d’animo e molta pazienza per lavorare in contesti a rischio psicosociale, con persone bisognose e problematiche. Immaginiamoci un collega che ha come primo incarico un lavoro in una comunità terapeutica (tossicodipendenti, soggetti con patologie psichiatriche, minori multiproblematici…) il nostro giovane collega avrà risposto ad un annuncio, avrà saputo da qualcuno che cercavano uno psicologo. Il datore di lavoro dal canto suo molto probabilmente cercava uno psicologo anche se in modo non dichiarato, cercava uno psicologo, non delle qualità-competenze. Ad essere scelta è stata l’ identità presunta (oltre ad una serie di altre dinamiche attive al momento di una selezione naturalmente) basata su caratteristiche personologiche ad uno stile o ad altre dimensioni psicologiche, o meglio, presunte psicologiche. Sostanzialmente lo psicologo rischia di trovare una prima collocazione perché è…una brava persona!

Il terzo settore organizzazioni e finalità

Il mondo del terzo settore come ogni ambito privato è organizzato secondo diverse logiche tutte riguardanti la risposta ad un determinato fenomeno legato al disagio, in cui all’intervento delle istituzioni pubbliche viene affiancato l’intervento di organizzazioni private con l’obbiettivo di affiancare al primo, modelli di sviluppo sociale che articolano l’offerta ampliandola. Spesso però il terzo settore ha semplicemente sostituito l’istituzione pubblica che per carenza di fondi, non riesce a formulare interventi in settori specifici e delicati, depotenziando la pratica e la logica dell’ intervento. Viceversa è capitato anche che settori pubblici abbiano colonizzato settori privati, perché questi ultimi non avevano strumenti congrui con le richieste di intervento su cui si erano candidati ad intervenire, mancando al loro interno una cultura dell’intervento psicologico in grado di discriminare e articolare contesti di intervento e interfacce organizzative

Le aree di intervento in cui il pensiero sociale del terzo settore implementa le competenze sanitarie (o giuridiche) degli enti pubblici, sono aree per definizione “fragili”, l’intervento deve poter essere inserito dentro un mondo “facilitato” in cui i servizi per tutti garantiti dallo stato, istruzione e salute, devono essere ancora più disponibili. Allo stato attuale in Campania e nel sud Italia l’erogazione di questi servizi incontra delle difficoltà (con il rischio che queste aumentino a causa della cosiddetta secessione fiscale regionale) in cui la necessità di un intervento psicologico non si situa solo nella relazione con gli utenti dei servizi, ambito di per sé già complicato, ma si situa nello scambio con il “mondo di fuori” con il mandato di farlo funzionare meglio. Ora un neo collega abituato a pensare al “mondo di dentro” come suo campo quasi esaustivo di interesse professionale dover collocare nel mondo di fuori il proprio intervento in assenza di una esplicita cultura operativa di riferimento, non prodotta dai propri riferimenti professionali e non riconosciuta dai contesti organizzativi genera una perdita di senso e il circolo vizioso secondo il quale non esiste una cultura professionale dell’ intervento psicologico nel terzo settore, gli ordini non lo riconoscono come intervento psicologico, e i contesti continueranno ad assumere operatori in quanto psicologi, non in qualità di psicologi. Segue  tutto il corollario  contrattuale, retributivo e contributivo che chi lavora nel terzo settore conosce bene….  Ma lo psicologo è una brava persona in fondo, per lui questi aspetti sono marginali. Descriverò meglio questi concetti di seguito

Le grandi organizzazioni del terzo settore, l’ assenza del pensiero psicologico e la forte  presenza di psicologi…..qualcosa non torna

Naturalmente come in ogni settore ci sono strutture piccole, medie, e grandi in risposta ad apparati piccoli medi e grandi. In Campania ci sono alcune organizzazioni molto complesse e articolate che hanno consolidato nei territori la loro presenza e stabilizzato un rapporto con le istituzioni pubbliche nel corso di decenni, con gare di appalto importanti e durature. In queste realtà, la clamorosa assenza di un pensiero psicologico è ampliata dalla grande presenza di psicologi…. Come? Qualcosa non torna. In decenni di collaborazioni la psicologia sembra non essere riuscita ad entrare nelle organizzazioni che hanno come obbiettivo l’intervento nel disagio psicosociale, delegando la riflessione psicologica a settori del servizio pubblico che però hanno un altro tipo di compito e modelli operativi per realizzarli. Lo psicologo in queste grandi organizzazioni, è spesso inquadrato non come psicologo a livello contrattuale ma è assunto in quanto psicologo, e non in qualità di psicologo. Cioè le qualità professionali  in base a cui il contesto specifico dovrebbe utilizzare  uno psicologo non sono formalizzate per cui lo psicologo lavora “introiettando” una serie di competenze e incarnando-impersonando  lo psicologo,  inserendolo dentro la propria identità personale. Questa introiezione dell’essere psicologo consente che il mondo possa non valutare le qualità e le competenze del saper svolgere il lavoro di psicologo come essenziali  tanto che nei contesti questi esseri psicologici sono ampiamente presenti in assenza di una cultura psicologica e soprattutto proprio nelle gare d’appalto che descrivono  i termini dei rapporti tra privato e pubblico, spesso la figura dello psicologo non ci sta proprio in organigramma, perché è una figura a carico del servizio pubblico, favorendo di fatto l’assimilazione della funzione psicologica dentro i limiti dell’ epidermide  dello psicologo, che se salva la sua identità lavorando in un contesto dove le funzioni psicologiche sono centrali, si rapporta a oggetti che lo posizionano male,  ma  in un range di tollerabilità. Manipoli di sparuti psicologi conservano nel loro intrapsichico residui  di una funzione esterna, eccitandosi davanti ad un colloquio in una stanza, contendendosi  il territorio con altre figure professionali (educatori , sociologi,  counselor ) già legittimati dai contesti e dagli ordinamenti ad esercitare, sebbene in altri contesti li si combatta e si faccia di questa lotta il picco dell’ orgoglio degli psicologi, quando la realtà già ha risolto la questione incrementando l’immaginario secondo il quale lo psicologo è un tipo da salotto che ragiona su temi strani sganciati dalla realtà.

L’ ordine……degli educatori e la latitanza dell’ Ordine degli Psicologi in Campania

 

L’attuale quadro normativo (Legge Iori) sancisce  che la presenza  della maggior parte degli psicologi nelle strutture del terzo settore  sia un abuso. Difatti l’inquadramento medio dei colleghi in questi ambiti è quello di educatore, motivo per cui si è resa necessaria una sanatoria o l’ acquisizione di titoli e/o crediti per poter proseguire il lavoro che si svolge da anni appoggiandosi ad una confusione di sistema.

In Campania il nostro Ordine è stato più volte sollecitato ad intervenire su questi temi ma l’intervento più tutelante che siamo riusciti ad ottenere è stato un non intervento. Nel senso che forse si è preferito non smuovere le acque per non mettere a rischio centinaia di posti lavoro, come è accaduto in altre regioni. Probabilmente la situazione si risolverà con le istituzioni di albi in cui gli psicologi saranno inseriti, psicologi sanati e trasformati formalmente in educatori, abusivi condonati. Il senso del sentirsi abusivi rimarrà sanato dal nocciolo narcisistico che infondo ci farà deviare la realtà nella considerazione che  facciamo gli psicologi facendo qualche colloquio. Ma il vero problema,  il vero punto è: come è potuto apparire questo fatto? Come è successo che difronte a modelli di intervento riguardanti la salute delle persone si è reputato di non dover essere presente con i propri modelli e le proprie pratiche? Probabilmente la risposta si situa a livello della sedimentazione identitaria di cui si faceva cenno in precedenza, l’identità mutuata dai miti fondativi non intercettava il terzo settore come mondo in cui intervenire, gli psicologi dovevano stare in posizioni consolidate negli ambiti dirigenziali o negli studi….lo stomaco degli psicologi però diceva loro di dover lavorare per sopravvivere e la richiesta di operatori è stata sempre abbastanza alta quindi, la psicologia introiettata in questo fantasioso  mondo intrapsichico, ha consentito allo psicologo di allucinare un lavoro da psicologo, cosa che in effetti svolge in assenza di un senso condiviso del riconoscimento del saper fare lo psicologo mentre faceva lo psicologo ma facendo l’educatore….un po’ complesso. Questa funzione psicologica è stata mancata clamorosamente  e mancata anche la dimensione culturale entro cui poteva assumere legittimità l’operato dello psicologo, perché il vero problema non è stato di carattere normativo ma di carattere culturale. Nessun dispositivo operativo psicologico  è stato pensato e calibrato sulla realtà del terzo settore, i dispositivi sono stati solo trasmessi ma non generati dai contesti specifici. Senza dispositivi psicologici non è stato possibile  produrre tradizioni, parametri e ipotesi. Il lavoro dello psicologo nei servizi del terzo settore non è stato codificato, in altre parole. La grande quantità di psicologi che ci lavorano adottano poche categorie esplicitamente psicologiche e per il resto adottano categorie psicologiche implicite per il loro intervento. Gli interventi nei territori, gli ”accompagnamenti” gli interventi a distanza e di integrazione dei servizi e delle agenzie formali e informali del territorio, la gestione del paziente nel mondo e non semplicemente nel servizio o nella stanza,  sono tutti interventi guidati da categorie psicologiche non legittimate a pieno, e sono una parte di innovazione di cui la psicologia codificata non è ancora riuscita a far fruttare le intuizioni a livello operativo ed epistemologico. Queste intuizioni  verranno perse perché non saranno trasmesse in modo codificato così come verrà persa tutta la conoscenza che gli psicologi nei servizi pubblici hanno maturato,  data la mancanza di turn over e la mancata copertura del fabbisogno di psicologi. Dato il fatto che a questi psicologi e  quelli che lavorano nel terzo settore sono i più vicini, maturando attraverso i primi una conoscenza istituzionale che gli psicologi che lavorano altrove non hanno potuto maturare, e che con il tempo verrà perduta, salvo rare occasioni. Ciò configura un danno per tutta la cultura psicologica relativa all’ intervento istituzionale, ma non solo. Anche in ambito libero professionale alcune pratiche consuete nel terzo settore rappresentano avanposti, offrono una spinta, un indicazione formale alla codifica istituzionale di quelle che sono le esperienze, prima delle funzioni , di carattere psicologico. Curarsi di una persona nel suo mondo e non nella nostra stanza è gia uno slittamento di senso e di setting che la codifica istituzionale ha difficoltà ad interpretare. Cogliere la domanda di intervento dove essa si genera interroga la dimensione identitaria dello psicologo. Arredare ambienti vivibili per persone che manifestano un disagio è stato un obbiettivo  troppo poco legittimato, forse perché gli psicologi di un certo livello sono abituati a setting arredati da interior designer che vedono prima la struttura estetica di quella etica, e questo è un discorso da fare nuovamente.

Detto ciò è preferibile una disciplina che articoli nel mondo un saper fare che una identità di cui il mondo non riconoscendo la qualità ne sfrutta le competenze… to be continued!

Stefano Marchese